Il giardino della bellezza

Nove di Denari

Una giornata di sole, finalmente! E’ stato bello uscire, vedere gente e soprattutto conoscere persone nuove. Una certa armonia permeava l’aria, oggi, proprio come in questo Nove di Denari, dove una donna si gode il suo giardino curato, fra grappoli d’uva, colline e alberi. Sulla sua mano è appoggiata un’upupa, simbolo di creatività e di intuizione poetica. Strano, gli incontri di oggi hanno decisamente stimolato la mia vena creativa, e hanno risvegliato la mia sete di bellezza. La verità è che sto scoprendo il piacere dell’arte, mi dà l’impressione di un’Arca di Salvezza in un mondo che va sempre più veloce verso qualcosa di indefinito. Pensare, vivere, agire dalla bellezza rende la vita gentile, meditativa e, qualsiasi cosa accada, l’espressione sarà gentile e meditativa. Una pausa dagli eventi e dal tumulto ogni tanto ci vuole. E siccome ogni giorno porta con sè una nuova scoperta, oggi posso dire di aver incontrato l’arte.

Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.

“Upupa, ilare uccello calunniato” – di Mauro Candiloro

Evviva,è uscito L’Appeso!

L’Appeso

Finalmente non devo avere il controllo su tutto, le cose della vita faranno per me. Oggi, con l’arcano n. XII, L’Appeso, posso dichiarare al mondo che il mio potere non è sugli altri ma è con gli altri. Rinunciare alla propria individualità speciale, alle dinamiche di superiore/inferiore, essere pronta a collaborare invece che a competere è una grande liberazione. Sto imparando che tante parti fanno un tutto più grande della somma delle singolarità, e ricevo sorprendenti doni. Vedo il mondo capovolto rispetto a come l’ho sempre visto, sento il desiderio e il bisogno di sciogliermi nella comunione con le altre persone. Per questo ho dovuto rinunciare a sentirmi speciale, ma è stato un semplice prendere atto della realtà. Ognuno ha i suoi guai, ognuno ha la sua luce.

Ecco perché il nostro io deve rinnovarsi un numero indefinito di volte, giacché nella sua esistenza separata non può durare per sempre. Questo stato di separazione è il limite in cui l’io trova le spinte che lo costringono a ritornare continuamente alla sua sorgente infinita. Il nostro io deve incessantemente spogliarsi della sua età e per moltissime volte dissolverla nell’oblio e nella morte, per poter arrivare alla sua giovinezza immortale. Di tanto in tanto la sua personalità deve fondersi con l’universale: deve infatti continuamente passare per l’universale per poter rinnovare la sua vita individuale. Esso deve seguire l’eterno ritmo accostandosi a ogni passo all’unità fondamentale e in tal modo, nella bellezza e nella forza, trovare un equilibrio con il suo stato di separazione.

Rabindranath Tagore – La vera essenza della vita

Trallalero trallalà

Una carta spensierata, chissà da dove viene. Sarà perché dopo aver fatto il mio dovere con questo, aver provveduto a codesto, e infine essermi presa delle responsabilità su quell’altro, posso finalmente rilassarmi e guardare al mondo senza preoccupazioni. Va bene così, essere impegnata mi fa piacere. Oggi, però, è stata una giornata in cui ho effettivamente goduto di un po’ di tempo libero. Sarà questo il motivo della comparizione della carta n. 0 – Il Matto, che prelude a un momento di irrazionalità. In effetti desidero scrollarmi dalle spalle alcuni pesi, ma ogni giorno mi ripeto che non si può aver tutto dalla vita. Che sia arrivato il momento della ribellione? Della catarsi liberatoria?

Il Matto col piede nell’abisso ricorda una famosa parabola di Buddha: ” Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!” Cm’è profumata la rosa che il Matto tiene in mano! Il Matto è sull’orlo dell’abisso al di fuori dello spazio e del tempo.

Prembodhi e Rajendra – Il Tarocco intuitivo

Il cuore, nonostante tutto.

Oggi è stata una giornata di cuore. Ho visto persone belle, nutrienti, e alla fine ho preso la carta del giorno un po’ tardi, dopo una lunga e ricca telefonata. Certe volte mi ritrovo paurosa, trepidante, davanti agli incontri profondi con le persone. Poi, quando accade come oggi, che incontro il Due di Coppe, mi ritrovo a pensare com’è facile entrare nel fiume della vita con semplicità. Quanti dubbi,quante incertezze alimentano il timore di non essere come gli altri mi vorrebbero.Poi, d’improvviso, vedo che tutto è facile e posso essere quello che sono, e allora il cuore batte più forte, risento l’emozione. Una grande lezione, quella odierna. Se sei quello che sei incontri, se ti fingi quello che non sei perché credi di essere più gradevole e più consona, rimani tiepida, non senti nulla. La vita estetica e estatica, ecco quello che desidero.

Inferno o paradiso?

Gli Amanti

Il mondo è un miracolo continuo. Il mio corpo, i fiori nel prato, gli uccelli che cantano, tutto è stupefacente. Ci voleva la carta n. VI – Gli Amanti, a ricordarmelo stasera. Sì perchè oggi mi sono gettata più volte nell’inferno dei pensieri, dell’agitazione, delle preoccupazioni. E’ stata una giornata così, frenetica e faticosa, e non ho avuto scelta.L’altra me, quella che si innervosisce, si limita, deturpa il suo fare con la frenesia, ha vinto su tutti i fronti. Allora stasera, col cuore in tumulto per il troppo agire, e non per il troppo amare, mi ritrovo a considerare la scelta che ho fatto per tutta la giornata. Rimanere in superficie, lasciarmi prendere dai sentimenti più immediati, dimenticarmi che sono un essere divino. Ora, grazie ai Tarocchi, mi ricordo di me, e mi guardo in questa carta come in uno specchio: se mangi il frutto dell’albero della Conoscenza, capitano giornate così. Succedono per permetterti di ricordare che tutti i fenomeni che vivi ogni giorno non sono ovvi, sono un dono, il dono di esistere.

“Sii grato a tutti. Perché tutti stanno creando uno spazio nel quale tu possa trasformarti – persino coloro che credono di ostacolarti, persino coloro che pensano di essere tuoi nemici. I tuoi amici, i tuoi nemici, le brave persone e quele cattive, le circostanze favorevoli e quelle sfavorevoli – tutto sta creando il contesto nel quale puoi trasformarti e diventare un buddha”.

Osho– The book of wisdom

Equanimità

La Giustizia

Prendere la giusta distanza, prima di giudicare le cose, è un’ottima idea. Oggi ho perseverato nell’intento di stare con me stessa. Pur avendo incontrato un sacco di persone ero sempre rivolta verso “il dentro”, ho ricevuto la grazia di non essere costretta a sbilanciarmi, a esprimermi troppo. Non mi sono trattenuta dal dire quello che pensavo, sia chiaro, ma non ci sono state occasioni in cui ho dovuto prendere posizione. E questa è stata una benedizione, perché il desiderio che mi ha guidato è stato quello dell’equanimità, del volgere lo sguardo che valuta me stessa e gli altri con serenità, senza aver bisogno di difendere un’idea. Grazie a questa carta, La Giustizia, la carta n. XI del mazzo Rider Waite (il mazzo di tarocchi utilizzato in questo blog è stato ideato da Sir Arthur Edward Waite e disegnato da Pamela Colman Smith). L’ideatore del mazzo Rider Waite spostò la numerazione, e questa carta, che di solito è la n. VIII, diventò la XI. Grazie Giustizia, grazie della giusta considerazione di me che mi regali. Nè troppo, nè troppo poco.

La pulsione e il desiderio spesso non ci fanno chiaramente distinguere tra ciò che ci piace e ciò che ci giova. Per questo, come avevano magnificamente compreso gli antichi, bisogna trovare a ogni momento la misura, la proporzione. Cosa non facile, dal momento che la nostra coscienza è tenuta in scacco sia dall’interno sia dall’esterno: da come siamo fatti e da ciò che ci muove e dall’ambiente che ci condiziona.Viviamo, perciò, in stato di costante perturbazione. Ma questo non è affatto un male. Al contrario,come già sapeva bene Platone, la vita è tale perché è movimento.

Salvatore Natoli – Il buon uso del mondo

Espansione e contrazione

Dopo una grande apertura non può non esserci un momento di raccoglimento. Oggi è stato un giorno così: ho riguardato mentalmente tutto quello che ieri, giorno di esposizione verso gli altri, è accaduto. Mi sono criticata e mi sono lodata. Ora è il momento del guardare dentro, di tenersi bens tretti i successi e anche le paure, le autocritiche. Tutto il mio mondo è al centro, e la mia sfera individuale senz’altro domani aprirà le sue porte al mondo, nuovamente. Per oggi è così, non son stata generosa, ho solo cercato di nutrirmi e nutrirmi bene, l’anima.

[…] in questo cammino vorrei innanzitutto distinguere la solitudine interiore, la solitudine dell’anima, la solitudine creatrice e la solitudinedolorosa, la solitudine negativa, lasolitudine-isolamento. […] Nella solitudine interiore, che rinasce sulla scia di esigenze portatrici di riflessione e di meditazione, di serenità e di speranza, non si delineano se non differenze emozionali legate alla maggiore o minore profondità e radicalità del vissuto.

Eugenio Borgna -La solitudine dell’anima

Spirito nomade

Sei di coppe

Mi sono accorta che la ricerca non è finita. L’amore per l’avventura è ben rappresentato da questo Sei di Coppe, dove un pellegrino, durante una eclissi di luna, si incammina alla ricerca di qualcosa che gli manca, quella coppa che non c’è. Il mondo fuori è grande, ed è grande anche il mondo dentro.

Sento il bisogno di silenzio, di esplorazioni con tanto tempo e tanto spazio davanti a me. C’è un posto vuoto, assomiglia a un vortice in cui voglio gettarmi e aspettare che sia la corrente a farmi risalire. Ora è la mia anima che deve decidere se fare un salto nel buio oppure trattenersi. Non valgono le analisi psicologiche o filosofiche, è questione di verità profonda. Lo spirito nomade, ancora una volta, prende il sopravvento.

L’impossibilità è la porta verso il sovrannaturale. Si può soltanto bussare, a quella porta. Chi apre è un altro.

Simone Weil – L’ombra e la grazia

Il passato non dimentica

carta n. XX – Il Giudizio

Ieri abbandonavo le cose belle incontrate nel cammino, che ora non ci sono più. Oggi, con la carta n. XX, Il Giudizio, invece mi trovo a dover fare i conti con le cose che mi piacciono meno, quello che non affronto. Nella mia storia ci sono situazioni che rifiuto, per le quali la tentazione di rinnegare è forte. Ogni volta che rimando, che fingo che non sia vero niente, però, con potenza il presente mi ripropone gli stessi problemi. Che fare, allora? Quando succede c’è poco da fare e tutto da vivere. Allora ripenso ai miei fallimenti, non quelli che mi hanno aiutato a diventare più forte, a quelli che sono ancora lì, che mi guardano e ridono beffardi. Soffro e non reagisco, a meno che non sia costretta. Mi aspettano incontri fra un pettine e nodi dolorosi, ma non sarà nè la prima nè l’ultima volta. A domani.

Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo.

Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, piú difficili a portare. Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato. Qual è la cosa piú gravosa da portare, eroi? cosí chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza. Non è forse questo: umiliarsi per far male alla propria alterigia? Far rilucere la propria follia per deridere la propria saggezza? Oppure è: separarsi dalla propria causa quando essa celebra la sua vittoria? Salire sulle cime dei monti per tentare il tentatore? Oppure è: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e a causa della verità soffrire la fame dell’anima? Oppure è: essere ammalato e mandare a casa coloro che vogliono consolarti, e invece fare amicizia coi sordi, che mai odono ciò che tu vuoi? Oppure è: scendere nell’acqua sporca, purché sia l’acqua della verità, senza respingere rane fredde o caldi rospi? Oppure è: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano allo spettro quando ci vuol fare paura? Tutte queste cose, le piú gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, cosí corre anche lui nel suo deserto.

Ma là dove il deserto è piú solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria. Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol piú chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”. “Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”. Valori millenari rilucono su queste squame e cosí parla il piú possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”. “Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere piú alcun “io voglio!””. Cosí parla il drago. Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione? Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone. Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone.

Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il piú terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda. Un tempo egli amava come la cosa piú sacra il “tu devi”: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose piú sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone. Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí. Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo. Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo.

F. Nietzsche – Cosí parlò Zarathustra

E cammina, cammina…

Non ci si bagna due volte nello stesso fiume, dice un frammento di Eraclito. Ogni giorno mi lascio dietro qualcosa, un pezzo del mio passato. Questo Sei di Spade oggi mi aiuta a ricordare che cammino, cammino e alle mie spalle rimangono ricordi, persone, fatti e amori che non ci sono più. Man mano che proseguo, nei miei giorni la direzione diventa sempre più chiara e semplice: vado verso qualcosa di essenziale, e la tristezza per le cose perdute, per le persone che ho lasciato dietro di me, fa parte del gioco della vita. Imparo a rinunciare, a dare valore a quello che rimane, e mi addentro nel mistero che mi aspetta sempre meno addobbata, sempre più spogliata delle sovrastrutture che, fino a metà della vita, ho lavorato per costruire intorno a me.

“Rompi quel bicchiere” ho insistito io.

‘Rompi quel bicchiere’ pensavo ‘perché è un gesto simbolico. Cerca di capire che io, dentro di me, ho rotto cose ben più importanti di un bicchiere e ne sono felice. Pensa alla lotta che divampa dentro di te e rompi questo bicchiere. Perché i nostri genitori ci hanno insegnato a far attenzione con i bicchieri e con i corpi.[…] Rompi questo bicchiere, per favore, e liberaci da questi maledetti preconcetti, dalla mania che sia necessario spiegare tutto e fare solo quello che gli altri approvano’.

“Rompi questo bicchiere”, gli ho ripetuto. Mi ha fissato negli occhi. Poi, lentamente, ha fatto scivolare la mano sul piano del tavolo, fino a toccare il bicchiere. Con un movimento rapido, lo ha spinto giù.

Paolo Coelho – Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto.