L’ordine perfetto, finalmente

Dopo tanto cercare di sistemare tutto, eccola, la carta dell’ordine perfetto. Stasera ho pescato l’ultimo Arcano Maggiore,la carta n.XXI del mazzo dei Tarocchi, il cosmos. E’ un ottimo auspicio, anche se so che me la sono sudata. Potrò, da ora in poi, guardare verso il cielo? Tante cose mi hanno riportato a terra, in questi giorni. Sarà che ho Giove opposto al Sole, sarà che è così che vuole la vita. Imparare a vivere il quotidiano con una qualità celeste, ho l’impressione che questa sia la lezione. In ogni caso non demordo e sono sempre allegra e felice, quando ho un problema pratico vado e, a muso duro, lo affronto. Ecco, mi manca tutto il resto, però. Sono molto contenta di come alla fine tutto si sistemi, e in ogni caso tutti i giorni ho un motivo di felicità, piccolo o grande. Quindi guardiamo dentro ogni prezioso istante e facciamo tesoro delle esperienze. Non ho ancora capito a cosa serve, ma è l’unico modo che conosco per affrontare la realtà.

Dickie chiuse gli occhi. E le parole gli tornarono alla mente. E’ quello che è. Tu sei quello che è. Non ci sono errori. Né credendoci ciecamente, né respingendo del tutto che in quella litania vi fosse qualche salvezza, Dickie la ripetè per la Lisa che vi era dentro… mentre in fondo alla gola sotto Villa Incognito, sotto il risonante tendone del circo, dove la nebbia era così fitta che sembrava pelliccia sugli occhi, un paio di tanuki fuggiti dalle gabbie di Madame Ko stavano latrando spiritosaggini alla tigre che già li pregustava per pranzo.

Tom Robbins – Villa Incognito

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Una casa felice

Ho dato un soprannome a questa carta: la casa del Mulino Bianco. Tutti felici, tutti in armonia. I bimbi giocano insieme, mentre i genitori, abbracciati, guardano un arcobaleno di coppe nel cielo. Un momento bellissimo, in cui ci sarebbe da scoppiare di gioia. La dura realtà, invece, è che gli elettrodomestici della mia casa, che ho acquistato sei anni fa, sono oramai fuori garanzia e cominciano a rompersi. La giornata è stata quindi stressante e forse questo Dieci di Coppe rappresenta il mio sogno odierno. Un turbinio di lavatrici, frigoriferi, caldaie e piatti doccia mi sta travolgendo e fatico a mantenere la calma. Bene, tutto sta uscendo dal mio controllo, non posso fare le cose programmate perché devo occuparmi della base, della sopravvivenza. Ho capito, vita, ogni volta che come Pindaro faccio un volo, ci pensi tu a riportarmi coi piedi per terra. Poi, siccome domani viene il tecnico a riparare la lavatrice, magari dopo sarò felice come in un Dieci di Coppe!

 Il vino eleva l’anima e i pensieri, e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’

uomo.

Pindaro (518 a.C. circa – 438 a.C. circa)

Ma cosa porti, bel Cavaliere?

Proprio ieri dicevo che sto guardando negli occhi i miei bisogni e i miei desideri. E oggi arriva il Cavaliere di Coppe. Qualcuno mi porterà qualcosa di bello, e ci spero tanto. Oggi, a dir la verità, mi è arrivato un invito inaspettato, e ho gioito molto nell’accettarlo, così, su due piedi. Questo personaggio mi dice di regali, mi racconta una storia di riconoscimenti. Ecco l’aspettativa in agguato, dietro le belle parole. Ebbene sì, cari vecchi schemi (non bisogna avere aspettative!), care idee un po’ demodé indiscutibili per una femminista del ’77, care protezioni che mi sono costruita intorno per non essere disillusa: ho un sacco di aspettative, spero molto nel mio futuro, per quanto corto, lungo, piccolo o grande sia. Quindi Cavaliere di Coppe sbrigati ad arrivare, la vita è breve. Stasera sono golosa di riconoscimenti, avida di corteggiatori, bramosa di celebrità.

Questa corona del ridente, questa corona tutta di rose: io mi posi sul capo questa corona, io santificai la mia risata. Nessun altro trovai oggiabbastanza forte per questo. Zarathustra il danzatore, Zarathustra il leggero, che fa cenni con le ali, pronto al volo, uno che fa cenni a tutti gli uccelli, disposto e pronto, beato di essere così leggero. Zarathustra che predice il vero, Zarathustra che ride il vero, non un impaziente, non un incondizionato, ma uno che ama salti e scarti; io mi posi sul capo questa corona.

Friedrich Wilhelm Nietzsche – Così parlò Zarathustra

Ah, grazie!

Non ho aspettative, tutto quello che arriva è un dono. Questo Sei di Denari questa sera ci voleva proprio. Non è il momento di pretendere (ma quando mai arriva quel momento?) è il momento di ringraziare. Come fa il mendicante vero, quello che, alla fine, è un imperatore. Sta seduto nel suo cantuccio ed è grato per ogni cosa che l’altro condivide con lui. Ecco la giusta via, la luce della gratitudine. I mendicanti chiedono, in questo Sei di Denari, e anche questo è un insegnamento, per me. Non sono abituata a domandare aiuto, piuttosto a cavarmela da sola, e non mi piace avere debiti di riconoscenza. Sarebbe un bel passo avanti riconoscere che invece ho desiderio di essere accudita e accompagnata, e forse ne ho anche bisogno. Tutto senza aspettative però. Un bel problema. Non so se ci capirò mai niente, nell’accettare il proprio bisogno e allo stesso tempo non aspettarsi niente.

“Direi che in un bel canto si concentra e condensa sempre un’esperienza, un sentimento, un agglomerato esplosivo di energie e di animo commosso; e con un canto di questo genere una donna, se sappia avvalersi di tutte le circostanze favorevoli e ascenda una scala di coincidenze numerose e singolari può, come stella nel cielo dell’arte canora, commuovere molti spiriti, guadagnare grandi ricchezze, trascinare un pubblico a tempestose ed entusiastiche manifestazioni di plauso e cattivarsi l’amore e la sincera ammirazione di re e regine”. Con serietà stupita la giovanetta ascoltò le mie parole; in verità io le pronunziai più per mio piacere che non aspettandomi da lei quell’apprezzamento e quella comprensione per i quali le mancava la necessaria maturità.

Robert Walser – La passeggiata

Ho trovato un tesoro!

E’ estate, e la mia vita scorre, mi scuso con le mie lettrici e i miei lettori se qualche giorno non mi trova pronta a scrivere novità. Nel frattempo, come dicevo, la vita va avanti e ieri sera mi è capitato di andare al cinema. Il film si chiamava Momenti di trascurabile felicità, tratto da un libro di Francesco Piccolo. Ecco, a quella visione vorrei dedicare questa bellissima Regina di Denari, che, come me, ha trovato un tesoro. Sono stata colpita da una consapevolezza forte, dopo il film. Ci sono amori che ci sembrano scontati, ci sono attimi di condivisione e di piacere nello stare insieme agli altri ai quali non diamo il valore reale. Non importa cercare quello che non c’è, la cosa importante è fare con quello che si ha, e farlo al meglio. Sì perché questa è la nostra vita, e ogni attimo perso nell’inconsapevolezza è perduto per sempre. Qui, ora, felice di esserci e felice di fare con quello che c’è.

Lui si accese di colpo. Era il suo dono, il suo difetto, il suo destino. “Amato” ripetè,”vedo bene che fu così”. I loro occhi si incontrarono;o piuttosto si scontrarono, perché ognuno avvertì dietro gli occhi dell’altro che l’essere segregato che aspettava nell’oscurità, mentre il suo agile compagno superficiale sbraitava e si agitava e teneva la scena, si era levato improvvisamente; aveva gettato il mantello e sfidava l’altro. Era allarmante, era terribile. Erano vecchi e bruniti fino a una levigatezza traslucida, tanto che Roderick Serle poteva andare a una dozzina di feste a stagione, forse, senza provare niente di particolare, o solo rimpianti sentimentali, e il desiderio di belle immagini, come quella del ciliegio in fiore. E tutto il tempo ristagnava in lui, apatica, una sorta di superiorità rispetto ai suoi interlocutori, un senso di risorse non sfruttate, che lo rimandavano a casa insoddisfatto della vita, di se stesso, sbadigliante, vuoto, capriccioso. Ma adesso ecco, del tutto improvvisamente, come una bianca folgore nella nebbia (ma quest’immagine si forgiò e si mostrò con l’inevitabilità di un lampo), ecco era successo; la vecchia estasi della vita; il suo assalto invincibile; perché era sgradevole, e nello stesso tempo rallegrava e ringiovaniva e riempiva le vene e i nervi di fili di ghiaccio e di fuoco; ed era spaventosa.

Virginia Woolf – Uniti e divisi

L’inganno

Cosa credi di rubarmi? Questo ragazzo ha cinque spade, per il momento. Ruberà più tardi le altre due, formando un bel Sette di Spade. Ha offerto dolci e vino agli amici la sera prima, e ora, di buon mattino, mentre loro stanno dormendo, scappa con tutte le loro armi, Sette Spade, per l’appunto. Qualche vantaggio gli frutterà, questa refurtiva, ma perderà un bene ben più prezioso: il rispetto e la stima dei suoi sette compagni. Mi è già successo di incontrare situazioni del genere, non ne ho paura. Guardo con un misto di tristezza e di compassione negli occhi di chi sta lavorando per ottenere qualcosa calpestando i miei bisogni. Non ho problemi, le esperienze mi hanno forgiato forte. Anzi mi divertirò a costruire nuovamente qualcosa di bello e potente daccapo. Tu, però, perderai la mia stima e il mio rispetto.

Gli archetipi della dea vergine hanno un potenziale negativo, lati oscuri che hanno effetti sugli altri. I destinatari della rabbia di Artemide, che si tratti di una rabbia vendicativa o di una furia fuori controllo, conoscono questo aspetto oscuro, che può essere spietato. Per superarlo, le donne che ne sono dominate devono fare esperienza della propria vulnerabilità e imparare a perdonare. Quando Atena si trova in una posizione di autorità può “trasformare le persone in pietre”.

Jean S. Bolen – Artemide

Il risveglio dall’incubo

Tutto intorno è nero, la notte urla il suo lamento spaventoso. Il Nove di Spade è arrivato, e anche se mi sono risvegliata, l’incubo aleggia intorno. Non è facile andare oltre la paura, i ricordi brutti, la mente che racconta favole macabre. Ma sono al risveglio,e prima o poi mi accorgerò che era solo un incubo. Qui, ora, è tutto diverso, posso azzardare passi nuovi, esplorare sentieri mai esplorati. Ogni volta che trovo quella barriera che mi separa dal lasciarmi andare, dal fluire con tutto quello che succede, mi sento così. L’incubo prende le viscere, fa vivere in un mondo distorto. Ora però ho il vantaggio di aver capito che è solo un sogno, una rimembranza di un passato che non esiste più. Vorrei incontrare la paura, anzi la sto cercando, finalmente, per avere un faccia a faccia con i mostri della mente. Vieni avanti, paura. Io sono qua che ti aspetto, non vedo l’ora.

“Douglas!” – balbettò. “Birlstone! Ma che cos’è questo signor Holmes? Accidenti! Vera e propria stregoneria! Come diamine ha fatto a essere in possesso di queste indicazioni? “Si tratta di un messaggio cifrato che il Dottor Watson e io abbiamo avuto la fortuna di poter interpretare. Ma perché? Cosa c’è di strano in questi nomi?” L’ispettore, più sbalordito che mai, guardò prima Holmes e poi me. “Semplicemente questo” disse alla fine “che il signor Douglas del castello di Birlstone è stato ucciso questa mattina in circostanze terribili”.

A. Conan Doyle – La valle della paura