Ritroviamo il giusto posto

Guardo le relazioni intrecciate, i vecchi schemi che ritornano, tutta la baraonda di sensazioni, emozioni, delusioni, illusioni, entusiasmi che essere al mondo porta con sè. E infatti ecco la carta n. XI, La GIustizia, che stasera mi viene incontro. C’è tanta confusione, nell’ambiente in cui mi muovo, tanti eventi e problemi e poche soluzioni. Ora è il momento di sedermi e guardare dove voglio stare, di non seguire più l’emozione del momento, ma di fermarmi a osservare tutto il turbino che c’è intorno, senza avere fretta, senza rispondere. Ho sufficiente dignità per prendermi il mio tempo, per non sentire la pressione dei bisogni altrui sulle mie spalle. Anzi, finalmente mi concederò il lusso di impugnare la spada, e, dopo aver soppesato le richieste e i discorsi, li peserò sulla bilancia del mio cuore. Se ne varrà la pena, allora darò seguito all’impulso iniziale, e se non sarà ciò che desidero davvero, taglierò ogni legame.

La Borea e il Favonio

Una volta alla Borea venne voglia di prender marito. Andò dal Favonio egli disse:- Don Favonio, vuoi essere il mio sposo? – Il Favonio era un tipo attaccato ai quattrini e le donne non gli andavano a genio. Così, senza tanti complimenti, le disse: – No, Donna Borea, perché non hai neanche un soldo di dote.- La Borea, punta sul vivo, si mise a soffiare con tutte le sue forze, senza fermarsi un minuto, cl rischio di farsi scoppiare i polmoni. Soffiò per tre giorni e tre notti di seguito, e per tre giorni e tre notti nevicò fitto fitto: tutta la campagna, i monti e i villaggi si coprirono di neve. Quando la Borea ebbe finito di stendere il suo argento intorno, disse al Favonio: – Eccoti la mia dote, tu che dicevi che non ne ho! Ti basta? – e andò a riposarsi della fatica di quei tre giorni passati a soffiare. Il Favonio non si fece né in qua né in là. Scrollò le spalle, e si mise a soffiare lui. Soffiò per tre giorni e tre notti, e per tre giorni e tre notti la campagna, i monti e i villaggi restarono sotto un fiato caldo che sciolse fin l’ultimo fiocco di neve. La Borea , dopo che si fu riposata per bene, si svegliò, e vide che della sua dote non restava più nulla. Corse dal Favonio:- Dov’èandata tutta la tua dote, Donna Borea? – la canzonò il Favonio. – allora, mi vuoi ancora per marito? La Borea gli voltò le spalle: – No, Don Favonio,non vorrei mai essere la tua sposa, perché in un giorno sei capace di mandarmi in fumo tutta la dote.

Italo Calvino – Fiabe Italiane

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