andiam, andiam, andiam a lavorar!

Anche oggi ho la mia bella esperienza su cui lavorare, anche se so che non conta nulla. Eggià perché l’ho capito che tutto questo è un giochino per farmi riempire il tempo, mentre attendo speranzosa che accada l’estasi divina. Intanto me la sbrigo con le mie insoddisfazioni, con i piccoli dolori quotidiani lavorandoci su. Che brutta frase “lavorarci su” per raccontare quello che faccio: in realtà prendo i fastidi e i guai, li metto nel pentolone del mio cuore, faccio bollire, bollire, bollire, bollire e alla fine prendo la pietra preziosa che esce da questa trasformazione e la guardo con la felicità nello sguardo. Quindi benvenuti inciampi quotidiani, piccole ferite dovute ai rapporti con le persone, benvenuto a tutto ciò che arriva. Tanto lo so che è tutto samsara, è tutta rappresentazione.



L’antichissima sapienza indiana dice: «È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente» (Questi paragoni si trovano ripetuti in luoghi innumerevoli dei Veda e dei Purana).

Arthur Schopenhauer

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